LA SICILIA AI SICILIANI
LA SICILIA AI SICILIANI
(Niscemi come ferita, come simbolo, come verità)
Sono stato a Niscemi due volte.
Non da cronista, non da esperto, ma da figlio di questa terra. Da militante, sì, ma prima ancora da siciliano. E quando metti piede a Niscemi capisci subito che non sei davanti a una “questione tecnica”, bensì a una violenza storica.
Nel cuore della Sughereta — un bosco antico, resistente, mediterraneo — è stato piantato un mostro di metallo e onde invisibili. Non un’opera pubblica, non un’infrastruttura per il popolo, ma un ingranaggio di guerra.
Il MUOS.
Tre grandi parabole bianche, irreali, come occhi senza palpebre puntati sul mondo. Da lì passano gli ordini, i segnali, le coordinate della morte telecomandata. Droni che partono, colpiscono, cancellano vite a migliaia di chilometri di distanza.
E mentre altrove piovono missili, qui piovono onde elettromagnetiche.
L’invisibile che uccide
Il MUOS non fa rumore.
Non esplode.
Non sanguina.
Ed è proprio per questo che è più subdolo.
L’elettromagnetismo ad alta intensità non si vede, ma attraversa i corpi, altera gli equilibri biologici, si accumula nel tempo. Non serve proclamare certezze assolute per dire una cosa semplice:
quando esiste un rischio serio, uno Stato dovrebbe proteggere il suo popolo, non esporlo.
A Niscemi è accaduto il contrario.
Il principio di precauzione è stato sepolto sotto le ragioni della NATO, ovvero la sadica brama egemonica dello ZIO SAM!
La salute è diventata variabile secondaria.
La Sughereta, un ostacolo.
La natura violata, due volte
Come se non bastasse la militarizzazione, Niscemi è stata colpita da una recente catastrofe ambientale: incendi, devastazione, ferite ancora aperte.
Una terra già indebolita, già sfruttata, già trasformata in zona di sacrificio.
È questo il destino che ci assegnano:
prima base militare, poi territorio abbandonato, infine discarica.
La Sicilia non viene mai pensata come luogo da abitare, ma come spazio da usare.
Da Roma.
Da Washington.
Da Bruxelles.
Mai dai siciliani.
Colonia militare nel Mediterraneo
Niscemi non è un’eccezione.
È la regola coloniale applicata alla Sicilia.
Sigonella, Augusta, Trapani, Pantelleria: l’isola è una portaerei naturale, un avamposto strategico dell’imperialismo occidentale. Non difesa, ma esposizione. Non sicurezza, ma bersaglio.
La Sicilia, ponte naturale tra i popoli, viene ridotta a centrale operativa della guerra in Medio Oriente.
E intanto ci parlano di sviluppo, turismo, rilancio.
Ipocrisia pura.
La Sicilia ai Siciliani
Dire La Sicilia ai Siciliani non è folklore, non è nostalgia, non è chiusura.
È una rivendicazione di sovranità popolare.
Significa una cosa sola:
questa terra non è sacrificabile.
Non per gli interessi militari USA.
Non per le strategie NATO.
Non per un imperialismo in decomposizione che semina droni e chiama “pace” la distruzione.
La Sicilia non deve essere avamposto di guerra, ma terra di civiltà.
Non bersaglio, ma soggetto politico.
Non colonia, ma snodo mediterraneo di cooperazione, autodeterminazione, pace.
Appello finale
Niscemi ci riguarda tutti.
Perché quando una comunità viene schiacciata nel silenzio, il silenzio diventa complicità.
È tempo di reagire politicamente.
Di ricostruire conflitto.
Di unire ambientalismo, antimilitarismo, questione sociale e dignità siciliana.
Perché una terra che accetta di essere base di guerra
finisce per non essere più terra,
ma bersaglio.
E la Sicilia, questa terra antica e ferita,
merita molto di più.
A cura di: Giuseppe Lo Bello
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